Il movimento MeToo nasce nell’ottobre 2017 sull’onda delle rivelazioni pubbliche di violenze sessuali contro Harvey Weinstein. Pur avendo avuto, e avendo tuttora, un enorme risalto mediatico, non rappresenta che una minima parte, quella borghese e pubblica, della sfera femminile ed anche le basi ideologiche su cui si fonda sono semplici se non addirittura inesistenti.
Ho scelto questo hashtag solo per rappresentare la tematica femminile in modo semplice e con una parola chiave che ne ha risvegliato il potenziale: fra tutti i movimenti proto femministi contemporanei questo è quello maggiormente conosciuto.
Mentre Hollywood si schiera contro le violenze sessuali all’interno del mondo del cinema, altre donne cercano di sfruttare la tematica per far risaltare altri casi di violenza senza però ottenere gli stessi risultati mediatici. Ne consegue che l’interesse verso il movimento rispecchia più un interesse verso i gossip del backstage che un vero cambiamento ideologico nei confronti della violenza sulle donne.

L’innocenza, e l’insistenza ad essa corollaria di fondare la percezione unicamente sul fatto di essere vittima, hanno già fatto abbastanza danni.1

Come sostiene Donna J.Haraway nel suo manifesto cyborg, il nuovo femminismo (cyborg femminismo) elimina la costruzione di un “noi” (donne) di matrice naturale puntando piuttosto su una destrutturalizzazione del genere. La strutturazione del femminismo su base naturale ha provocato un falso senso di superiorità e innocenza smascherato, fra gli ultimi, anche dal movimento MeToo, in cui tutto è stato messo in crisi da un comportamento posto in essere da una delle sue fondatrici, che ha messo seriamente a rischio le basi strutturali (ma ben poco strutturate) della mobilitazione.

Non declino quasi mai il femminismo al singolare. Ci sono tanti femminismi diversi – ci sono femministe bigotte e borghesi per le quali la parola empowerment significa “occupare qualche posto di comando”. Questo femminismo non è il mio. Però esiste. Ed è ovviamente più visibile e legittimato socialmente del “mio” trans-femminismo, che è precario, queer (che ridefinisce la relazione tra sesso e genere), anticapitalista e postcoloniale.2

Come ricorda Slavina, il femminismo non ha sempre la stessa eccezione, anche se nella nostra epoca può essere considerata una “vittoria femminista” la vincita delle elezioni americane da parte di Hillary Clinton o, più in generale, l’accesso per le donne a posizioni di potere, non è questa la lotta che vuole essere oggetto della mia ricerca.
Parlare oggi di femminismo, nella sua eccezione fondativa, appare decisamente riduttivo, l’unico obiettivo che possiamo portare avanti nel nostro contemporaneo è una strenua lotta alla differenza di genere, qualunque essa sia o voglia essere, ponendo ovviamente una particolare attenzione ai generi maggiormente oppressi, perché alla base di qualsiasi abuso c’è sempre un qualcuno che detiene il potere per abusare.
L’altro elemento importante da valutare in questo contesto è l’estrema facilità di reperimento di materiale pornografico e il suo contenuto “politico”. La pornografia non è certamente cosa nuova, ma negli ultimi anni è diventata talmente disponibile, attraverso la rete, da poter dettare nuove, o vecchie, “norme sociali” nell’ambito della sessualità. Da sempre questa tipologia di media è stata progettata e diffusa per un pubblico maschile (o quantomeno in prevalenza di tale genere) e nel contemporaneo sempre più tabù sessuali sono stati superati, il risultato è una pornografia spinta ed estremamente maschilista, non solo in quanto destinata al maschio, ma anche per il suo contenuto svilente verso gli altri generi. Una breve visita a siti come YouPorn o Pornhub, con visualizzazione dei video più acclamati, può facilmente rendere l’idea di che tipologia di sessualità venga ricercata.

Annie Sprinkle, The Public Cervix Announcement, 1992, New York.

Chi è privo della possibilità di autorappresentarsi sarà più facilmente escluso anche dal privilegio di essere umanizzato dalle rappresentazioni altrui, o dalla loro negazione3

In questo contesto si innesta una particolare pratica contemporanea, la postpornografia, una nuova forma di pornografia che si distingue per il tentativo di eliminare la normatività eteropatriarcale rispondendo alla necessità di rappresentare il punto di vista di quei generi normalmente esclusi dalle scelte della pornografia main stream. Questo movimento si realizza non solo attraverso nuovi tipologie di immaginario sessuale visuale, ma anche dedicandosi a un immenso lavoro circostante relativo alla sperimentazione, attraverso laboratori di diverso tipo, di nuove forme di sessualità. Questi laboratori contemporanei sono meno incentrati sulla scoperta del proprio corpo, dedicandosi principalmente al superamento di una sfera sessuale normalizzata dalla società: il sesso e la sessualità devono essere liberi da tutto, tranne che dal consenso a parteciparvi.
La prima a definire le proprie performance come postporno è stata Annie Sprinkle, pornostar e artista, che attraverso le sue esperienze è riuscita a costruire opere come “The Public Cervix Announcement”, in cui il pubblico era incitato ad osservare la sua cervice attraverso uno speculum. Anche in Italia un collettivo di donne, Le ragazze del porno, sono riuscite a realizzare alcuni cortometraggi postporno, ma è sempre attraverso performance e laboratori che la pratica politica viene resa alla portata di tutti, in quest’ambito si è mossa Slavina, facente parte anche del collettivo, è riuscita a portare in Italia diverse tipologie di performance e percorsi.

Le esperienze tecno_trans_femministe sono capaci di rivelare il funzionamento dei sistemi e delle istituzioni che producono contemporanemante possibilità di vivibilità per alcuni soggetti mentre le precludono ad altri; esplicitano dimensioni problematiche che investono il rapporto tra corpi e tecnologie, rendendo sempre più evidente la labilità dei confini dei corpi e la loro stessa duttilità.4

Alla base di movimenti che riuniscono tecnologie e genere sessuale (cyberfemminismo) c’è la connessione basata sulle potenzialità di costruzione e ricostruzione di entrambe, cioé sulla possibilità concreta di hackerarle. Non solo la costuzione o decostruzione del genere ma anche una larga parte di DIY dedicata all’autocostruzione di Sex Toys che riescano a soddisfare i bisogni individuali che spesso si collocano al di fuori delle scelte della grande produzione industriale. Fra questi si colloca anche il Manifesto xenofemminista, opera a cura del collettivo Laboria Cuboniks (anagramma di Nicolas Bourbaki), basato sull’eredità del pensiero di Donna Haraway congiunto alla spinta verso un processo accelerazionista. Il testo è connotato da un femminismo anticapitalista, che condanna la politica verso le dinamiche di genere condotta all’interno del liberismo in quanto spesso promulgata all’interno di classi agiate o attraverso portavoce più interessate alla “liberazione” personale che ha una vera liberazione di genere. All’interno del sistema, anche in un’utopica parità di genere, l’oppressione non verrebbe eliminata ma solo subita da nuove classi (o generi) più deboli. In questo senso lo xenofemminismo non vuole lasciare indietro nessuno e propone di impadronirsi degli strumenti del capitalismo, la tecnologia, per provvedere al suo annientamento. La procedura prevede l’inserimento negli spazi critici per l’”hackeraggio” dello stesso. Un altro elemento affascinante di questa corrente di pensiero è il suo antinaturalismo, o meglio eliminare il concetto di natura per come proposto dal patriarcato:

Se la natura è ingiusta, cambiala!5

1 Donna J.Haraway, Manifesto Cyborg, Donne, tecnologie e biopolitiche del corpo, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 1995, pagina 51.

2 La dissidenza? “Passa anche dalla post-pornografia”, intervista a Slavina.

3 Butler Judith, Precarius Life. The power of mourning and violence, Verso, London - New York 2004, pag.140.

4 Cossutta, Greco, Mainardi, Voli, Smagliature digitali. Corpi, generi e tecnologie, Agenzia X, 2018, pag.25.

5 Conclusione del Manifesto xenofemminista

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