Al cuore della nostra epoca tecnologica si trova un affascinante gruppo di persone che si fanno chiamare hacker. Non sono celebrità televisive dai nomi noti, ma tutti conoscono le loro imprese, che in gran parte costituiscono la base tecnologica della nostra nuova società: Internet e il Web…1

Il termine hacker nasce come autodefinizione di un gruppo di programmatori del Mit nei primi anni sessanta. A causa dell’uso promiscuo del termine, la comunità hacker ha deciso di rinominare le persone che commettono crimini informatici utilizzando la parola “cracker”, anche se l’utilizzo di questo aggettivo non è ancora entrato nel linguaggio popolare.
Il concetto di hackering può essere visto in modo ampio, non per forza legato all’informatica, e rappresenta la curiosità del smontare, o destrutturare, per comprendere il funzionamento delle cose (oggetti, essere umano e, perché no, anche pianeta) e, nel caso, ricostruire le stesse con diverse caratteristiche.
In questo senso, ampliandolo al di fuori del mondo tecnologico, qualunque curioso, o amante, è da considerarsi un hacker, ed è solo attraverso l’hackering che si può procedere verso un effettivo cambiamento.
Un aspetto affascinante della vita dell’hacker è il suo rapporto con il tempo. Al di fuori del possibile lavoro dipendente esercitato normalmente in orari d’ufficio, l’hacker che lavora su un suo progetto o come libero professionista ha la tendenza a perdere completamente la cognizione del tempo che passa, chronos (e come detto nell’#contemporaneo questa è una delle caratteristiche importanti di internet e più in generale del rapporto con il computer), acquistando una nuova temporalità dettata dalla risoluzione delle task che si è prefissato, o che gli sono state richieste.
Questa modifica della vita risulta quasi necessaria in alcune occasioni e assomiglia molto a quella adottata da accademici e scienziati: nella scrittura di un codice, come nella risoluzione di un problema scientifico, spesso una interruzione del flusso può risultare fatale.
Un altro problema legato al tempo nella vita dell’hacker (come potrebbe essere quella dell’accademico) è, spesso, la non dualità della vita (lavoro e tempo libero), perciò anche nel tempo libero la risoluzione di un problema permane come task da risolvere.
Un altro ambito che può legare l’etica hacker a quella accademica è il concetto di open-source.
Nella ricerca accademica, quella pubblica, spesso i risultati (ma anche i procedimenti) vengono pubblicati e rimangono a disposizione di chi voglia conoscerli, incrementarli o modificarli, partendo dal procedimento e magari seguendo nuove strade nella risoluzione. Allo stesso modo anche nell’ambiente informatico alcuni hacker sperimentano questo metodo, infatti nel mondo della programmazione è estremamente comune trovare parti di codice a disposizione della collettività, come ad esempio in GitHub o CodePen, o addirittura sistemi operativi o software sviluppati dalla collettività e disponibili gratuitamente e pubblicamente, sia per modifiche che per l’utilizzo. Grazie a questo tipo di operazioni negli ultimi anni sta crescendo l’interesse verso nuove tipologie di licenze di sfruttamento e utilizzo delle opere d’ingegno. Infatti partendo dal concetto di Copyleft, introdotto per la prima volta nel 1989 da Richard Stallman che creò una sua propria licenza (GNU) per impedire la copertura commerciale di codice sorgente libero modificato, dal 2002 è stato sviluppato il concetto di Creative Commons, una nuova tipologia di licenza, slegata dal mondo informatico, che si pone a metà tra il Copyright e il Copyleft lasciando agli autori, o a chi possiede i diritti di sfruttamento del diritto d’autore, la libertà di scegliere quali diritti mantenere sull’opera del proprio ingegno, ma soprattutto facilitando o rendendo libera la circolazione della cultura.

Ad esempio la casa editrice Eris Edizioni ha deciso di adottare per i suoi libri una licenza Creative Commons lasciando la libertà di riprodurre, distribuire, comunicare al pubblico, esporre in pubblico, rappresentare, eseguire e recitare l’opera a condizione che ci sia l’attribuzione dell’opera al suo autore, che lo sfruttamento dell’opera non abbia fini commerciali e che non ne vengano fatte opere derivate.

Arriviamo così all’adozione delle Creative Commons che restituiscono all’opera e alle idee che questa contiene la giusta libertà e la dovuta dignità, senza negare i diritti dell’autore e del fruitore, e riconoscendo, questo lo aggiungiamo noi, il lavoro di chi mette in contatto scrittore e lettore, l’editore.2

Ma oltre al lato software dell’hacker, esiste anche un altro settore a cui è spesso dedita questa tribù: l’hardware.
Se nella parte software lo sviluppatore dialoga con la macchina per ottenere i risultati voluti sfruttando i linguaggi necessari, nell’elaborazione dell’hardware il lavoro si basa con elementi digitali che si interfacciano con l’elettronica. In questo settore, oltre alla costruzione degli apparecchi, rientra anche la modifica e il potenziamento degli stessi.
Anche all’interno degli Hacklab quasi sempre oltre ai linguaggi di programmazione viene trattata anche una cospicua parte riguardante l’elettronica, condividendo conoscenze e sperimentando insieme nuovi hacking.
Il Do It Yourself (DIY) può essere anch’esso considerato una forma di hacking ed è una nuova forma di produzione, privata e non seriale, finalizzata alla creazione di strumenti personalizzati sulle proprie necessità . Spesso il DIY trova anche connotazioni anticapitaliste, connotando la scelta anche in chiave economica. All’interno del settore DIY si colloca la pratica del “circuit blending” che si basa sulla modifica sperimentale, spesso attraverso corto circuiti, di strumenti elettronici, prevalentemente giocattoli musicali, per la produzione di nuovi suoni.
Strumenti ottenuti attraverso il “circuit blending” vengono spesso utilizzati in ambito artistico, soprattutto nella produzione di musica, in particolare nel Noise, ma anche nel ambito di video, in cui possono creare validi supporti per la creazione di interferenze analogiche.

1 Himanen, Pekka, L’etica hacker e lo spirito dell’età dell’informazione, trad.it. F. Zucchella, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 2013, pag. 5

2 Cfr. Eris Edizioni

#Cyborg