Possiamo affermare che, il nostro presente è un presente, caratterizzato dalla contemporaneità, cioè un presente costituito dall'unione di una moltitudine di temporalità diverse, che includono differenti grandi narrazioni, raffigurando così comunità di stati-nazione e gruppi culturali sviluppati durante la modernità.1

Nelle definizioni il tempo viene costantemente costruito e decostruito secondo le necessità che di volta in volta ci si presentano davanti. Attualmente viviamo in un contemporaneo contrassegnato da una globalizzazione ormai scontata che ha cancellato tutte le tracce del pre esistente, sia dal materiale che dalla memoria, attraverso una sovrainformazione ed iperconnessione che passa attraverso la rete. Viviamo in un presente sovradimensionato che non lascia spazio a ciò che lo ha preceduto, creando così una contemporaneità globale costituita da interconnessioni virtuali.

Il tempo smette di essere lineare e diventa caotico, puntiforme.2

Il tempo scandito dal browser potrebbe essere definito come un misto di aiòn e kairòs, da una parte eterno e senza un presente e dall’altra fatto di istanti e frammenti. Internet, nel rapporto con il tempo, gioca un ruolo fondamentale: attraverso una compressione spaziale e temporale diffusa, crea un senso perpetuo di dislocazione dando vita a nuovi tipi di esperienza del presente.
Le piazze virtuali, i Social Network, hanno creato una nuova tipologia di informazione completamente scollegata dal concetto lineare del tempo, le notizie vengono sconnesse dalla loro eccezione temporale, continuando a vagare all’interno delle bacheche come barche portate dalle onde delle condivisioni. In questo modo è davvero complesso creare cronologie lineari e viene persa anche la percezione di causa-effetto nell’ordine delle notizie.

L’elemento principale che caratterizza il nostro “tempo” è la cancellazione di un futuro. Secondo la visione di Williams e Srnicek, autori del “Manifesto Accelerazionista”, la causa di questa perdita di prospettive va attribuita all’incapacità delle forze politiche odierne di trovare nuove modalità di risposta alle devastazioni, naturali e non, che stanno colpendo la nostra civiltà in maniera globale.
La famosa globalizzazione, infatti non si è limitata al settore economico, e gli stati nazione sono costretti a fare i conti con necessità non limitate territorialmente, come ad esempio il cambiamento climatico, e che richiedono fronti comuni per essere fronteggiate.
Anche lo sfruttamento politico delle tecnologie è un problema essenziale: il sistema capitalista è riuscito a deviare la portata politica e sociale del nuovo mondo tecnologico su strade fondamentalmente a fondo cieco. Infatti, nonostante un inizio “rivoluzionario”, lo sviluppo del “digitale” si è limitato a upgrade, aggiornamenti continui, prevalentemente concentrati nel design e nell’usabilità dei prodotti, ma senza ulteriori modifiche sostanziali che potrebbero avere contenuti realmente significativi. La nostra vita è stata modificata ma la società, che né è base, rimane sostanzialmente uguale a se stessa. Un esempio lampante lo si può vedere nelle politiche relative all’istituzione della famiglia, messe in atto da sempre più paesi, che prevedono un ritorno alla oggettivizzazione della donna in quanto incubatrice di nuove risorse umane per gli stati. La tecnologia promossa dai sistemi reazionari è finalizzata alla superficie delle cose, ma contemporaneamente crea una gabbia di controllo sempre più visibile e sempre più ignorata, una specie di aggiornamento della televisione, che non solo ti fornisce la “giusta informazione”, ma può anche verificare il tuo grado di adesione al sistema prescritto.

L’hauntology è un altro aspetto che, in modo più legato all’individuo, condiziona l’epoca contemporanea. Secondo la prospettiva di Mark Fisher questo concetto è quello che meglio descrive la condizione presente dell’espressione artistica, ma anche del “sentire” individuale: senza una prospettiva per il futuro diventa difficile la creazione di un’aspettativa e ancora più di un immaginario legato ad essa.
Nel mondo dell’arte, come nella musica, ma anche in settori più razionali come quello della politica, l’offerta non cambia e le “visioni” rimangono le stesse anche se le condizioni de facto sono state modificate.

Nella musica hauntological c’è un’implicita presa di coscienza che le speranze inaugurate dall’elettronica del dopoguerra o dall’euforia della dance music degli anni Novanta siano evaporate: non solo il futuro non è mai arrivato, ma anzi non sembra più nemmeno possibile. Eppure, allo stesso tempo, la musica è in sé un modo di rifiutarsi di abbandonare per sempre il desiderio di futuro. Questo rifiuto conferisce alla malinconia una dimensione politica, perché in definitiva indica l’incapacità di adattarsi all’orizzonte chiuso del realismo capitalista.3

Se per buona parte della politica l’hauntology è diventata una comoda scusa sulla quale adagiare il disinteresse verso nuove prospettive, nel mondo dell’arte, ma anche in quello dell’individuo rimane un disagio costante, che se da un lato crea nuovi generi musicali come la Trap, che pubblicizzano come soluzione al malessere esistenziale l’apporto di psicofarmaci, dall’altro sprona alcuni “eroi” a cercare nuovi generi.
Nonostante la definizione fosse stata coniata nel 1993, rispecchiando anche un genere musicale affine, credo che nel 2019 questa parola assuma una nuova e maggiormente pura definizione, l’esempio della musica Trap potrebbe funzionare non solo dal punto di vista artistico ma anche da quello generazionale, se per un Millenial questa musica è diventata manifesto di un malessere forse la cosa potrebbe essere riconducibile proprio ad una totale non visione del futuro. Non c’è più una voglia di ribellione o provocazione esterna come il “No future” dei Sex Pistols, ma forse più simile ad un “Rape me” di Kurt Cobain, anche lui figlio del Ritalin e di una società in cui non sapeva sopravvivere. La sua scelta si è rivolta all’eroina e forse è stata anche questa droga a regalarci il Grunge ed eravamo ancora in un periodo di fermento artistico, tanto che nello stesso continente nasce poco prima la musica Techno, oggi musica come la Trap fa riferimento a droghe di regime: gli psicofarmaci.

Opera di Fabio Viale

Nel contemporaneo neanche la droga è più quella di prima.

1 Geoff Cox & Jacob Lund, The contemporary condition: Introductory Thoughts on Contemporaneity and Contemporary Art, Stemberg Press, Berlin, 2016, pag. 9.

2 Mark Fisher, Realismo Capitalista, Produzioni Nero, Collana NOT, 2018, pag.79.

3 Cfr. M. Fisher, Ghosts of My Life

#Bigdata