Realismo capitalista è un libro uscito nel 2009 ad opera di Mark Fisher, attraverso quest’opera l’autore mira ad un superamento del Post Modernismo, ben teorizzato da Jameson nel 2007, indicando l’inizio di una nuova fase storica in cui, citando il nome del primo capitolo del libro:

è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo1

Il termine Realismo capitalista nasce negli anni Sessanta da un gruppo di artisti pop tedeschi come rievocazione al sistema del realismo socialista, ma Fisher da al termine un nuovo significato, quello di un atmosfera che circonda la società come una barriera invisibile che limita pensiero e azione.
Jameson dichiarava che eravamo entrati nella terza fase del Capitalismo, quella della globalizzazione, che rappresenterebbe una versione più pura delle altre ma sempre rientrante nelle previsioni di Marx, e in quanto tale “combattibile”.

Fisher dichiara superato il Postmodernismo, in quanto la situazione proclamata da Jameson, e riferita agli anni Ottanta, si è aggravata e cronicizzata, perdendo la sua controparte (un socialismo che si definiva reale), ma soprattutto contraddistinta dalla dottrina tatcheriana del There is no alternative.

Da una parte questa è una cultura che privilegia unicamente il presente e l'immediato: la rimozione del pensiero a lungo termine si estende non solo in avanti nel tempo, ma anche indietro (basti pensare a quelle storie che monopolizzano l'attenzione dei media per una settimana al massimo, per poi essere istantaneamente dimenticate); dall'altra, è una cultura piagata da un eccesso di nostalgia, schiava della retrospezione e incapace di dare vita a qualsivoglia novità autentica.2

L’autore ci fa notare che, senza che ce ne rendessimo conto, tutto è cambiato alle nostre spalle ma, cosa ancora peggiore, non riusciamo a ricordare come fosse prima e di conseguenza come potrebbe essere oggi una eventuale realtà utopica: il capitalismo non è più una fase ma l’unica realtà comprensibile e ricordabile.
Questa nuova realtà va a toccare tutti gli aspetti della vita, dall’arte e la cultura, al lavoro e ozio.

Un modo per comprendere in cosa sta il ”realismo” del realismo capitalista è soffermarsi sulla pretesa di aver smesso di credere nel Grande Altro.3

Il Grande Altro viene ripreso dall’elaborazione di Lacan svolta da Slavoj Žižek, che lo descrive come la funzione collettiva e simbolica alla base di ogni campo sociale, che non può essere vista direttamente ma solo attraverso le sue “controfigure”.
Nel Postmodernismo descritto da Jameson si delinea un declino della fede nel Grande Altro, che la metanarrazione sia scesa di importanza però non denota la scomparsa della presenza. Se il Grande Altro prima era rappresentato dalla burocrazia che fungeva da intermediario, oggi, secondo Fisher, può essere legato al collezionismo di dati e controllo qualità.

Provate a passeggiare per il British Museum: vedrete oggetti privati di ogni vitalità riassemblati come sul ponte di qualche astronave alla Predator, e potrete così godervi una potente rappresentazione di questo processo.4

Esattamente come nel film che ci guida all’interno di questa ricerca, gli oggetti diventano feticci che non riescono più a trasmettere alcun valore se non nelle mani dei pochi “immortali” che hanno conservato una memoria. Il valore dell’arte e della storia diventa puramente fine a se stesso limitando il valore estetico e storico della stessa al puro valore dello status dell’aver visitato la mostra, rappresentato dal feticcio del biglietto.

Tutto quello che serve è comprare i prodotti giusti.5

Tutto ciò che possiamo fare è scegliere le immagini di cui circondarci? Quest’idea poteva andar bene quando la scelta del cosa consumare non era ancora l’unica scelta possibile.
Ad oggi la questione è decisiva: le persone si riflettono nelle loro scelte d’acquisto.
Le etichette dei prodotti sono sempre più friendly verso il consumatore attento: bio, equo e solidale, vegan, riciclato, upcycling, senza olio di palma, senza sperimentazione sugli animali,...
Queste etichette ci fanno sentire più responsabili e rispettosi nei nostri acquisti, ma denotano anche un rincaro notevole sul prodotto venduto. Da poco mi è capitato di partecipare ad una conferenza sull’economia circolare sponsorizzata dalle istituzioni torinesi. Si è parlato dei vari tipi di scelta economica e di consumo ecosostenibile, attraverso un dibattito fra gli intellettuali del settore e infine presentando alcuni imprenditori “illuminati” e i loro progetti di green e sharing economy. Progetti interessanti e rispettosi del pianeta, ma certamente non accessibili alla massa per i costi dei prodotti eccessivamente onerosi. Non si è parlato del vero riciclaggio, grande assente è stato l’ecosostenibile popolare, nel caso di Torino, il Balon. L’economia circolare rappresentata dal vecchio mercatino delle pulci è stata completamente snobbata per lasciar spazio a ipotesi più costose e meno eco sostenibili.
Ci si è dimenticati che l’unica ecosostenibilità veramente sostenibile e il riuso e riciclo delle cose?
Più che una dimenticanza è una scelta: il riutilizzo blocca, o quantomeno rallenta, la produzione.
Proprio di questi giorni è la notizia che la giunta comunale torinese ha deciso di eliminare proprio quel settore del Balon, recentemente rinominato (con connotazione razzista e discriminatoria) Suk, allo scopo di “ripulire” la zona del mercato dalla sua parte più povera, facendo così posto al nuovo polo del cibo. Una simile scelta preclude ogni vera possibilità di economia circolare, o meglio ancora “ecologia delle merci”, svolta nel vero senso della parola, ma del resto si sa che simili luoghi non portano alcun beneficio al Capitale.
Oltre all’aspetto ecologico questo tipo di operazioni modificano anche la geopolitica cittadina inserendosi nel quadro della gentrificazione. La parola gentrificazione viene utilizzata la prima volta dalla sociologa Ruth Glass nel 1964 per descrivere quanto stava accadendo nei quartieri operai di Londra, dove, a partire cominciarono a trasferirsi le classi più agiate modificando, nel tempo, le caratteristiche dei quartieri avendo ovviamente bisogni e richieste diverse dai precedenti abitanti.
Questo fenomeno si è diffuso in tutto l’occidente avendo come motore trainante la speculazione edilizia.
Le conseguenze della gentrificazione sono innanzitutto lo spostamento dei precedenti abitanti, che non possono più permettersi di vivere in quelle zone, verso la periferia, ma anche una perdità di identità dei quartieri che non solo cambiano abitanti ma modificano anche il loro aspetto e la loro cultura.

Rachel Whiteread House, 1993.

Un’opera del 1993 di Rachel Whiteread, “House”, andò a toccare proprio questa tematica. Riempiendo con il cemento gli interni di una casa vittoriana che doveva essere tirata giù, insieme al suo quartiere, creò un calco dei vuoti presenti nella casa che emerse quando vennero tirati giù le mura perimetrali, lasciando nel quartiere londinese, ormai demolito, un senso di mancanza rappresentato dall’enorme scultura.

1 Mark Fisher, Realismo Capitalista, Produzioni Nero, Collana NOT, 2018

2 Mark Fisher, Realismo Capitalista, Produzioni Nero, Collana NOT, 2018, pag.118.

3 Mark Fisher, Realismo Capitalista, Produzioni Nero, Collana NOT, 2018, pag.96.

4 Mark Fisher, Realismo Capitalista, Produzioni Nero, Collana NOT, 2018, pag.30.

5 Mark Fisher, Realismo Capitalista, Produzioni Nero, Collana NOT, 2018, pag.49.

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